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Le imprese italiane pagano l'energia il 38,7% in più rispetto alla media europea. E' quanto emerge da un'analisi condotta da Confartigianato.
Particolarmente vessate risultano le aziende manifatturiere e quelle delle costruzioni.

Tale primato negativo, secondo Confartigianato, dipende dal mancato completamento della liberalizzazione del mercato dell'energia.
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Nucleare, un altro schiaffo dopo l'87 PDF Stampa E-mail

Image Ora restano solo le energie verdi, mentre la società Enel- Edf sarà sciolta. Ma l'elettricità non manca: la potenza installata è il doppio del fabbisogno 



14 Giugno 2011 - «Follow the money», seguite il danaro. Un buon metodo per capire che succederà ora che l’Italia ha rinunciato presumibilmente per i prossimi trent’anni all’energia elettrica di fonte nucleare.
Ieri in Borsa, acclarato che il quorum c’era, i titoli delle aziende del settore delle energie rinnovabili hanno cominciato a salire vorticosamente. Società come Kerself, ErgyCapital e K.R. Energy hanno guadagnato dal 14 al 15%. Risultato a doppia faccia quello di Enel: la holding, che certamente perderà l’affare con la francese Edf per la realizzazione di almeno quattro megareattori, ha perduto lo 0,13%; Enel Green Power, la controllata delle rinnovabili, ha guadagnato l’1,67%. In generale, sono andate male un po’ tutte le grandi società del settore elettrico. Del resto, il nucleare sarebbe stato un grosso affare per pochi colossi; le rinnovabili sono un business su misura per i «piccoli».

Insomma, il futuro energetico del paese - come ha dovuto riconoscere lo stesso Berlusconi - da adesso in poi è legato a doppio filo (elettrico) con le fonti rinnovabili: solare termico, solare fotovoltaico, idroelettrico, eolico, biomassa, geotermico.
Una transizione che per la maggioranza degli addetti ai lavori si potrà compiere con relativa tranquillità, senza l’angoscia di dover stare al buio. Primo, perché nella migliore delle ipotesi il nucleare italiano cancellato dal referendum avrebbe potuto cominciare a dare un contributo significativo intorno al 2020-25. Secondo, perché come si capisce osservando i dati ufficiali forniti da Terna l’Italia non ha un particolare bisogno immediato di energia elettrica. Nel 2010 disponiamo di una potenza installata - la capacità di generare elettricità in un dato istante - di 110,8 GW. La punta massima storica di potenza richiesta - era la calda estate del 2007 - fu di 56,8 GW. Una potenza adeguata per sostenere consumi anch’essi stazionari, a quota 338 GWh sempre nel 2010, assicurati per il 64,8% da fonti tradizionali (45,4% gas, 11,2 dal carbone), per il 22,2% dalle rinnovabili, per il 13% dalle importazioni.

La tendenza è chiara: negli ultimi 18 mesi sono stati installati 3 GW di fotovoltaico ed eolico, tantissimi. Il problema rendere questa elettricità più conveniente, favorendo l’innovazione tecnologica ed eliminando la fetta di truffe mirate a catturare gli incentivi pubblici. Gradualmente, potrà sostituire quella di fonte fossile. Per adesso la corrente «verde» è più cara. Le bollette certo non caleranno per un po’.

E il nucleare? Che fine farà tutto l’armamentario costruito dal 2008 in poi? Le ricerche su dove piazzare le centrali, ovviamente, finiranno al macero. L’Agenzia per la sicurezza nucleare un ruolo ce l’avrà: ci sono ancora le vecchie centrali non ancora decommissionate, bisogna trovare un deposito per quelle scorie. La ricerca continuerà, anche se ovviamente si lavorerà all’estero: Enel continua a gestire centrali in Slovacchia, Spagna e (in joint venture) Francia. I «contratti» con Edf per le centrali nucleari italiane non esistono e non ci saranno penali da pagare: a parte intese non impegnative, in concreto esiste solo una società mista Enel-Edf (Sviluppo Nucleare Italia) che doveva fare uno studio di fattibilità per i 4 reattori voluti dal governo Berlusconi. Che non si faranno più.



Fonte: www.lastampa.it
 

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