23 marzo 2011 – In sintesi, adottare il «modello tedesco», per l’Italia, comporterebbe anzitutto la rinuncia a qualsiasi ipotesi di tetto massimo annuo in termini di potenza installabile o di limite alla spesa per gli incentivi, poi l’adattamento delle tariffe vigenti in Germania (attualmente da un minimo di 21,11 a un massimo di 28,74 centesimi di euro) ai maggiori livelli di irradiazione della Penisola, inoltre la rinuncia al sistema del cosiddetto «feed-in-premium» e il passaggio a incentivi onnicomprensivi che escludano l’autoconsumo o la vendita della corrente prodotta e incentivata.
Nell’attuale discussione sul futuro dell’incentivazione al fotovoltaico, ricorre frequente il riferimento a quel «modello tedesco» che ha consentito alla Germania di trasformarsi stabilmente nella prima piazza mondiale del settore e di installare complessivamente impianti solari per 17,11 gigawatt di potenza. Per fare un confronto, l’ammontare della potenza allacciata in rete dall’Italia, secondo mercato del settore, ha raggiunto ad oggi quota 3,9 gigawatt, cui vanno aggiunti altri 3,4 che pur risultando installati al Gestore dei Servizi Energetici S.p.A. (GSE), effettivamente ancora sono in fase di allacciamento.
Cosa prevede il modello tedesco e in che misura il sistema si differenzia da quello nostrano? Senza entrare nel merito della valutazione del programma attivo in Germania, «PHOTON - Il Mensile del Fotovoltaico» si propone di riassumere i suoi aspetti principali e le differenze con le proposte italiane.
Nessun tetto all’installabile. Il modello tedesco non impone limiti al solare incentivabile che può essere installato in un anno: non fissa quote massime di potenza né stabilisce tetti all’insieme delle somme legittimamente elargibili ai produttori di corrente da fonte solare. In Italia, al contrario, c’è chi sta progettando oggi di introdurre barriere sia alla potenza annualmente sovvenzionabile, in sostituzione al «tetto flessibile» previsto dal regime delle tre edizioni finora messe in campo di «Conto Energia», che alla spesa economica annua per gli incentivi.
Riduzione degli incentivi in relazione alla potenza installata. La riduzione programmata degli incentivi in Germania si regola in parte in relazione alla potenza installata nell’ultimo periodo rilevato e tiene conto del progressivo decremento dei costi di sistema conseguente all’aumento quantitativo delle installazioni (e quindi della produzione mondiale): più consistente si fa la potenza di fotovoltaico allacciata alla rete, maggiore è la riduzione che si impone alle relative tariffe (per il mese di luglio, ad esempio, il taglio oscillerà tra un teorico 0 per cento nell’improbabile ipotesi di un mercato a crescita zero e un massimo del 15 per cento a ritmi di crescita più alti).
Finora le riduzioni degli incentivi introdotte in Italia sono state invece frutto di trattative con alterno esito tra politici, funzionari ministeriali e industria del settore. Incentivi «onnicomprensivi» per l’immissione in rete. Siccome il modello tedesco sovvenziona l’immissione in rete anziché, come in Italia, la produzione della corrente da fonte fotovoltaica, in Germania vige il divieto di cumulare l’incentivo al profitto per la vendita della corrente (come accade per i grandi impianti in Italia) e a coloro che praticano l’autoconsumo della corrente prodotta in proprio spettano sovvenzioni ridotte (norma, quest’ultima, peraltro destinata a decadere a fine anno).
Tariffe commisurate ai livelli locali di irradiazione all’andamento dei costi di sistema. Le tariffe applicate in Germania, che vanno da un minimo di 21,11 centesimi di euro a chilowattora per gli impianti al suolo di qualunque taglia a un massimo di 28,74 centesimi di euro a chilowattora per le centrali su tetto fino a 30 chilowatt di potenza, sono commisurate a un’irradiazione solare media pari a 900 chilowattora per chilowatt di potenza installata, valoredi gran lunga inferiore a quello italiano. Prevedono inoltre un «equo e costante» ritorno economico dell’investimento che, secondo i calcoli di PHOTON, si attesterebbe attorno al 7,4 per cento annuo.
In Italia, nonostante gli indici di irraggiamento superiori, sia le tariffe attualmente in vigore che quelle che sembrano in discussione sono ben superiori e comportano notevoli margini di recupero d’investimento, facendo del mercato nazionale una sorta di magnete per la vendita di moduli a costi superiori a quelli praticati all’estero, al punto che gli incentivi esagerati contribuiscono direttamente a mantenere artificiosamente elevati i costi di sistema, a danno dei consumatori.
Fonte: www.iltitolo.it