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Multa salatissima se non riesce a raggiungere gli obiettivi comunitari previsti di Roberta Polverino
24 ottobre 2007 - Il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici è un accordo internazionale che stabilisce precisi obiettivi tesi a ridurre le emissioni di gas responsabili dell’effetto serra e del riscaldamento del pianeta, da parte dei Paesi industrializzati. È stato sottoscritto nella città giapponese di Kyoto l’11 dicembre 1997 da più di 160 paesi in occasione della Conferenza COP3 della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia.
È l’unico accordo internazionale che sancisce una limitazione delle emissioni ritenute responsabili dell’effetto serra, degli stravolgimenti climatici, del surriscaldamento globale.
Il Protocollo di Kyoto impone, quindi, ai paesi aderenti, tra cui l’Italia di ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra del 6,5% rispetto ai dati misurati nel 1990.
I gas ad effetto serra individuati dal Protocollo di Kyoto sono: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC), esafluoruro di zolfo (SF6). Il Gas di riferimento è la CO2, gli altri gas sono misurati in “equivalente CO2”, attraverso un preciso rapporto di cambio.
Secondo il Protocollo, le principali fonti di emissione di gas ad effetto serra dipendono da attività come:
• produzione energetica (es. combustione di carburanti ed emissioni fuoriuscite da combustibili); • processi industriali (es. chimica, minerali); • agricoltura (incenerimento di rifiuti agricoli, incendi controllati, fermentazione enterica, trattamento del letame, ecc); • gestione dei rifiuti (discariche per rifiuti solidi, incenerimento dei rifiuti, trattamento delle acque reflue).
L’APAT, l’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, ha analizzato l’inventario nazionale di emissioni di gas serra nel periodo 1990-2005, rendendo noto che le emissioni di gas ad effetto serra sono cresciute, dal 1990 al 2004, del 12,2%. Sulle emissioni di gas serra, l’Italia sta cambiando rotta. Dopo quindici anni di continuo aumento, in controtendenza rispetto al resto d’Europa, le stime preliminari relative al 2006 vedono finalmente una riduzione delle emissioni rispetto all’anno precedente. Il totale delle emissioni italiane diminuirebbe quindi complessivamente dell’1,5%, anche se con andamenti contrastanti nei diversi settori. Queste stime risentono soprattutto dell’andamento nel settore civile, cioè il riscaldamento e il raffreddamento delle case, in cui le emissioni diminuiscono del 18%, sicuramente anche grazie all’inverno caldo e all’estate mite dello scorso anno. Continua il trend positivo dell’agricoltura dove c’è un calo di emissioni dell’1,5% da un anno all’altro, il contributo dei trasporti è sostanzialmente stazionario (cresce il numero delle auto ma diminuisce il loro uso grazie alle politiche cittadine sul traffico). A guadagnare la maglia nera del contributo ai gas serra sarebbe invece il settore della produzione di energia: le centrali elettriche italiane, a causa del maggiore ricorso al carbone e all’aumento di produzione di kilowattora “made in Italy” fanno aumentare le emissioni italiane di quasi il 5% (4,9%) nel 2006 rispetto al 2005.
Nei 15 anni precedenti, invece di avviarsi a diminuire del 6,5% sul livello del 1990, le emissioni italiane erano cresciute sostanzialmente. L’analisi della serie storica dei dati, fino al 2005, mostra infatti un Paese che non accorcia le distanze, ma le raddoppia portando il divario con l’obiettivo Kyoto a quasi il 19%. Dal 1990 al 2005, infatti, le emissioni nazionali totali dei sei gas serra sono aumentate del 12,1% rispetto all’anno base (1990). Le sole emissioni di CO2 sono pari all’85% del totale del cocktail di gas serra, e segnano un livello superiore del 13,5% rispetto all’anno di partenza, mentre quelle relative al solo settore energetico risultano cresciute del 14,5% dai livelli del 1990.
Di conseguenza, risulta che nei prossimi sei anni dovremo riuscire ad abbattere le emissioni addirittura del 18,7% (che equivale a circa 93 milioni di tonnellate di CO2). Se non sapremo farlo, non solo violeremo il Protocollo di Kyoto, ma saremo tenuti a pagare una multa salatissima a Bruxelles, una penale pari a 100 euro a tonnellata in eccesso. In altre parole, se il livello delle emissioni dovesse rimanere quello rilevato nel 2004, la multa si aggirerebbe attorno ai 9,3 miliardi di euro, una cifra semplicemente spaventosa che inevitabilmente finirebbe col gravare sulle tasche dei cittadini.
Per ridurre le emissioni dei gas serra si può intervenire attraverso azioni domestiche su numerosi settori e su numerosi aspetti, attraverso politiche di risparmio energetico, promozione delle energie rinnovabili, riciclaggio dei rifiuti, ottimizzazione dei processi produttivi, innovazione tecnologica, assorbimento di CO2 tramite i carbon sink, ecc.
Come già detto, le emissioni di CO2 relative al solo settore energetico risultano cresciute del 14,5% dai livelli del 1990. In sostituzione dell’energia elettrica generata dalle centrali a combustibili fossili si promuove l’utilizzo delle energie rinnovabili, che offrono vantaggi ambientali, principalmente nel risparmio delle emissioni di CO2.
Sono da considerarsi energie rinnovabili quelle forme di energia generate da fonti il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future e che per la loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono, quindi, esauribili nella scala dei tempi umani. Tra le energie rinnovabili ricordiamo l’energia geotermica, idroelettrica, solare (termica e fotovoltaica), eolica, etc..
Nello scorso anno l’Italia ha prodotto quasi 52 TWh di elettricità da fonti rinnovabili, pari al 15,2% del totale di energia elettrica richiesta, con il 12,6% proveniente da fonte idroelettrica e la restante parte data dalla somma di geotermico ed eolico.
Questi valori di produzione pongono l’Italia al quarto posto tra i paesi europei nella produzione di elettricità da fonti rinnovabili.
Tuttavia tali risultati sono ancora molto lontani dagli obiettivi comunitari previsti, che prevedono la produzione del 22% di energia richiesta da fonte rinnovabile entro il 2010. |