 L’Italia potrà attuare fino al 50% dei tagli di anidride carbonica con eco-investimenti in Paesi non Ue, contro un tetto europeo del 20%.
di Vincenzo Caccioppoli
02 febbraio 2009 - Questo è uno dei punti del pacchetto europeo “clima ed energia” chiuso a Bruxelles, dopo un negoziato estenuante. Scendendo nel dettaglio la deroga italiana prevede che fino al 50% dei diritti italiani di emissione possano venire da investimenti ambientali nella zona balcanica e in Africa settentrionale, garantendo in questo modo un risparmio per le imprese italiane e allo stesso tempo una possibilità di nuovi investimenti per le imprese “green”del nostro paese. Al momento, sono circa 120 i progetti italiani in corso nei Balcani e in Nordafrica, soprattutto in energie rinnovabili, discariche, inceneritori e centrali efficienti. “Con la trattativa in sede Ue abbiamo valorizzato in modo ulteriore l’impegno dell’Italia per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, come il solare, l’idroelettrico e l’eolico, nelle regioni a noi più vicine: Balcani e Mediterraneo”, ha commentato il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Insomma, gli accordi di Bruxelles aprono le porte anche a nuovi investimenti energetici e ambientali delle imprese italiane nei Balcani: in Albania, Montenegro, Serbia e Macedonia, per esempio, dove il ministero dell’Ambiente ha instradato e aiutato più di ottanta progetti “tricolori” che permettono di abbassare le emissioni mondiali di CO2. Il gruppo siciliano Moncada, solo per citare un esempio, ha firmato a Tirana un accordo per costruire centrali eoliche da 500 megawatt e posare sotto il mare Adriatico una linea di alta tensione che porterà in Italia la corrente prodotta dal vento balcanico. E negli stessi giorni in cui l’Ue ha chiuso il suo vertice, una delegazione di venti imprenditori italiani ha visitato la Macedonia per promuovere e sviluppare i rapporti economici e commerciali tra i due Paesi. La missione segue la precedente trasferta in Italia di una delegazione governativa macedone che ha presentato le crescenti opportunità d’investimento nel Paese balcanico. Ma anche il gruppo Mercegaglia ha da poco chiuso un importante accordo con il governo dell’Albania per la costruzione di una centrale alimentata da biomasse liquide della potenza di 140 megawatt (da 150 milioni di euro) e di due parchi eolici della potenza di 234 megawatt (per 250 milioni di euro) il tutto per un valore che si avvicina al miliardo di euro. Ma paesi che possono offrire importanti prospettive per ilo nostro paese sono anche Libia, Algeria, Tunisia e Marocco, dove le condizioni climatiche sono assai favorevoli per l’installazione di fonti di energia rinnovabile. Secondo Gnudi, presidente di Enel, le prospettive di crescita nell'area sono più che buone per l'industria energetica: «Nella sponda Sud del Mediterraneo si verificano tre condizioni ideali per lo sviluppo delle rinnovabili: il sole, il vento e lo spazio, elementi che da noi è sempre più difficile trovare combinati. Non si tratta soltanto di creare delle interconnessioni, ma di costruire in loco impianti per la produzione di energia rinnovabile» ha detto a margine di una conferenza sul tema. Insomma sembra proprio che per le rinnovabili italiane grazie a questo accordo a livello europeo si aprano nuovi interessanti spiragli nei paesi del bacino del mediterraneo. Nel marzo 2010, poi, il Consiglio europeo esaminerà i risultati del pacchetto “clima ed energia”. E deciderà se c’è lo spazio per forzare la riduzione di emissioni dal 20 al 30% o, viceversa, se servirà una riduzione delle misure. “Questa clausola di revisione è un’ottima leva per il negoziato internazionale con Usa, India e Cina”, ha commentato Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente, che ha condotto l’ultima parte e la stretta finale della mediazione a Bruxelles. Chi non riuscirà a ridurre le emissioni di CO2 dovrà comprare i diritti di emissione. Alcuni settori potranno avere gratis i diritti: sono quelli che rischiano di doversi trasferire in Paesi meno severi, come la Cina. Per riconoscere i settori a rischio di delocalizzazione, saranno considerati invece i sovra costi del pacchetto europeo, gli effetti sugli scambi internazionali, il divario competitivo tra gli impianti europei e quelli di Paesi terzi. Infine, cambierà anche il modo di suddividere tra i Paesi e i settori i tagli alle emissioni (che siano gratuiti o a pagamento). Non ci si baserà più sul solo Pil (per l’Italia, il 13% dell’intera Ue) bensì su un benchmark, un confronto che incrocia il Pil pro capite e le emissioni pro capite. |