| Europa: la battaglia contro il riscaldamento globale |
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Gli esperti della Commissione propongono un’azione per gradi destinata ad arrivare al culmine coi 100 miliardi complessivi del 2020. Si tratta di «flussi di denaro e non di esborsi diretti presi dai bilanci pubblici», viene precisato. L’idea è metterli insieme combinando tre categorie risorse differenti: ricorso al capitale finanziario nazionali, sia pubblici che privati; utilizzo dei proventi derivati dalla vendita delle quote sul mercato delle emissioni (come l’Ets in cui le aziende comprano e vendono i «permessi» ad inquinare); movimenti di finanza pubblica mondiale. Proprio gli investimenti privati sono considerati dalla Commissione uno snodo importante della strategia, e questo grazie alla loro capacità di essere remunerativi. La sfida del clima richiede un rilevante programma mondiale di infrastrutture, nei paesi ricchi e maggior ragione in quelli emergenti. La possibilità concessa agli stati Ue di defalcare dal monte delle proprie emissioni il volume di quelle che si contribuisce ad eliminare nelle zone più bisognose è giudicato da Bruxelles come un incentivo interessante. Cruciale anche il mercato delle emissioni. La Commissione ipotizza che almeno una parte dei profitti generati dalla Borsa del CO2 possa essere utilizzato per il piano 2020. Fissando un obiettivo di riduzione delle emissioni al 30% (cosa che l’Europa si dice pronta a fare se tutti accetteranno il 20%), Bruxelles stima che dallo scambio delle quote potrebbero derivare circa 38 miliardi di euro l’anno. L’incognita più problematica è chi paga di tasca sua, particolarmente in questa stagione recessiva. Il Consiglio Ue ha stabilito due criteri possibili, il contributo in base alla quantità dell’inquinamento prodotto e quello in base alla capacità di pagare. Bisognerà scegliere quale adottare, e tutto lascia pensare che alla fine si avrà una media fra i due in vista del primo rapporto di tappa, quello del 2013, anno in cui gli eventuali accordi di Copenaghen entrerebbero in vigore. Le cifre del biennio 2011-2012 indicano una spesa globale di 4-7 per la riduzione dei gas serra e gli interventi strutturali. L’anno successivo si ragiona su 10 miliardi di euro complessivi. L’Europa ne sarebbe responsabile per 1,1 miliardi in base all’indice di inquinamento e 3,26 secondo la capacità di pagare. «Valori estremi», spiega una fonte, alla fine si starà nel mezzo. E l’Italia? «Per iniziare possiamo immaginare 250 milioni» tenta una fonte comunitaria. Presto per dirlo, assicura di seguito, e poi «non sono i denari a far la differenza». Bisogna vedere se c’è la volontà di rinunciare a qualcosa per salvare il domani. Il resto, anche i miliardi, sono alla fine un problemarelativo se tutti quanti decidono di incamminarsi sulla strada. (Fonte LASTAMPA.IT) |
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Gli esperti della Commissione propongono un’azione per gradi destinata ad arrivare al culmine coi 100 miliardi complessivi del 2020. Si tratta di «flussi di denaro e non di esborsi diretti presi dai bilanci pubblici», viene precisato. L’idea è metterli insieme combinando tre categorie risorse differenti: ricorso al capitale finanziario nazionali, sia pubblici che privati; utilizzo dei proventi derivati dalla vendita delle quote sul mercato delle emissioni (come l’Ets in cui le aziende comprano e vendono i «permessi» ad inquinare); movimenti di finanza pubblica mondiale.